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Eventi: Sangalli: ''la contraffazione crea danni a tutti''
Postato il Martedì, 24 novembre 2009
Argomento: Eventi
EventiSangalli: "la contraffazione crea danni a tutti"

Confcommercio e Unione di Milano hanno organizzato un convegno
su "Tutela e valorizzazione del Made in Italy e regolamentazione
a livello europeo del Made in".
Sì al decreto Ronchi.


Milano, 23 novembre 2009

Tutela e valorizzazione del Made in Italy e regolamentazione a livello europeo del Made in sono stati i temi al centro del convegno organizzato ieri 23 novembre 2009  a Milano da Confcommercio e dall’Unione del Commercio di Milano presso la sede dell’Unione stessa. Sono intervenuti Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, Andrea Ronchi, ministro per le Politiche europee, Renato Borghi, presidente di Federazione Moda Italia e Claudio Rotti presidente Associazione italiana Commercio estero.
Nel suo intervento, il presidente di Confcommercio ha sottolineato che la contraffazione è un male non solo per lo Stato, ma anche per l’essenza stessa del mercato. “Garantire l’identità di alcuni prodotti - ha spiegato Sangalli - è un passaggio indispensabile. La contraffazione, oltre a creare danni alle imprese, allo Stato e alla società civile, pone una deroga profonda al mercato, perché un mercato che non ha regole diventa fuorilegge”.
Il presidente di Confcommercio ha quindi mostrato apprezzamento per il decreto Ronchi, il provvedimento 'salva-infrazioni' approvato la scorsa settimana dalla Camera, definito passaggio importante “sul versante del contrasto della contraffazione e dell'abusivismo”- “Tutte norme - ha aggiunto - chesollecitano anche la rapida approvazione del regolamento comunitario sul 'made in'”. Sangalli ha citato anche le norme relative alla “apertura del mercato dei servizi pubblici locali”, definite “un’occasione per costruire più mercato, più concorrenza, più efficienza anche nei servizi pubblici locali”.


Sangalli: "Garantire la produzione delle Pmi con un quadro normativo certo e semplice"
L'intervento del presidente di Confcommercio
Milano, 23 Novembre 2009

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Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, è intervenuto al convegno organizzato ieri 23 novembre 2009 a Milano da Confcommercio nazionale e dall’Unione di Milano sul “Made in”.
Sangalli ha subito ringraziato il ministro per le Politiche Europee, Andrea Ronchi, per la sua partecipazione.
“Ci sembra di poter davvero dire che, in questo momento, discutere di Europa e discuterne con il Ministro per le politiche europee, a pochi giorni dalla conversione in legge del “decreto-Ronchi” sia questione necessaria ed urgente”.
“Necessaria ed urgente - ha aggiunto Sangalli - perché una Europa politicamente più compiuta, e dunque una più compiuta politica economica europea, resta condizione ineludibile non solo per meglio contrastare gli effetti della coda della crisi, ma anche per irrobustire, nel 2010, il ritorno alla crescita.
Bisogna, infatti, ricercare una più efficace coniugazione congiunta dei valori della disciplina di bilancio e delle ragioni della crescita, dello sviluppo e della coesione sociale”.
“Bisogna, insomma, tenere insieme la lezione del Trattato di Maastricht ed il processo di rientro dei debiti pubblici con un rilancio determinato e realistico della Strategia di Lisbona.
Quella Strategia, cioè, che, varata nel 2000, si proponeva appunto di fare dell’economia europea, entro il 2010, l’economia più competitiva e dinamica del mondo.
Il 2010 è ormai alle porte.
E, certo, il divario tra gli obiettivi di Lisbona e la realtà dell’economia europea è di tutta evidenza”.
La risposta non sta però, secondo Sangalli, in un arretramento del disegno europeo.
“La risposta sta, invece, in una sua ripartenza, che faccia tesoro anzitutto della lezione della crisi.
Rivalutando, così, le ragioni dell’economia reale e del lavoro, e, in specie, il ruolo delle PMI proprio alla luce dello Small Business Act, ossia dell’atto di indirizzo comunitario con cui è stata riconosciuta la necessità di politiche dedicate alle PMI.
Politiche dedicate non per costruire riserve indiane ma, al contrario, per consentire a ciascuna impresa - piccola, media o grande che essa sia - di competere e di crescere.
E’ questa, del resto, la filosofia di riferimento anche di importanti disposizioni del decreto-Ronchi”.
Delle norme in materia di tutela del “made in Italy”, che sollecitano, però, anche la rapida approvazione del regolamento comunitario sul “made in”.
Proprio perché la qualità delle produzioni delle Pmi italiane merita di essere riconosciuta, valorizzata e difesa attraverso un quadro normativo certo e semplice.
Così come meritano di essere ricordate le disposizioni in materia di apertura del mercato dei servizi pubblici locali”.
“Queste norme - ha osservato il presidente di Confcommercio - sono un’occasione per costruire più mercato, più concorrenza, più efficienza anche nei servizi pubblici locali.
Ma siamo anche alla vigilia della conclusione del lavoro di recepimento, nel nostro Paese, della direttiva Bolkestein, della direttiva, cioè, il cui obiettivo è la realizzazione di un compiuto mercato interno europeo dei servizi.
Noi auspichiamo che questo recepimento sia equilibrato.
Sia, cioè, tale da concorrere alla valorizzazione del pluralismo distributivo proprio del nostro Paese, favorendo, tra l’altro, l’affinamento qualitativo degli strumenti di programmazione commerciale.
Una programmazione preziosa proprio per governare le trasformazioni della distribuzione commerciale e per accompagnarne il processo di costante miglioramento del servizio reso ai cittadini-consumatori”.


Intervento di Renato Borghi, Presidente di Federazione Moda Italia,
al Convegno su "Tutela e Valorizzazione del Made in Italy
e Regolamentazione a livello europeo del Made in"
Milano, 23 Novembre 2009
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Caro Ministro, cari Amici,
 
se commercio significa sviluppare una relazione a carattere fiduciario con il cliente prima ancora che "vendita" di un prodotto, il settore della moda e dell’abbigliamento presenta un’ulteriore - profonda - declinazione di questo concetto.
 
Il servizio che forniamo è quello di individuare - a volte "interpretare" - esigenze ed aspettative dei clienti fortemente connotate sul piano immateriale. Concetti come immagine, stile o bellezza sono cosa ben diversa dall’assicurare la mera funzione logistica di "rendere reperibile un prodotto in un determinato luogo e tempo", come si leggeva sui trattati di economia di qualche anno fa e come - evidentemente - è ancora nella mente di molti, troppi soggetti, compresi quelli che assumono decisioni a carattere economico e normativo.
 
Proporre ai clienti prodotti che non corrispondano pienamente alle loro aspettative, all’immagine che essi si sono formati del prodotto, non può che essere definito una forma di "tradimento", esattamente l’opposto della fiducia, il bene sul quale costruiamo la relazione con i nostri clienti.
 
E qui entra in ballo la questione del "Made In".
 
E’ fuor di dubbio che il prodotto italiano sia rappresentativo di una qualità materiale indiscussa. E non c’è bisogno di scomodare le Sentenze della Corte Suprema di Cassazione che, proprio nel caso dell’abbigliamento, ci ricordano questa circostanza (vedi la numero 2648 del 2006).
 
Ma esso è anche evocativo di altri elementi culturali e storici che distinguono i nostri prodotti, non solo rispetto alle tecniche di produzione od alla qualità materiale.
 
Elementi che si connettono ai loro aspetti immateriali, al gusto ed all’armonia che li caratterizzano, alla capacità di trasferire e condividere i nostri valori e le nostre tradizioni. Chi compra un prodotto del Made in Italy apprezza e condivide questi valori, ne vuol essere parte.
 
Gli stessi elementi contraddistinguono produzioni di altri settori, da quelle agroalimentari, all’arredo, alla ceramica ed alle tante declinazioni in cui si esprimono lo stile ed il gusto italiani. Tutti aspetti che nel loro complesso giustificano anche il valore del prodotto.
 
Certamente le esigenze del cliente possono essere anche diverse e magari privilegiare altri aspetti, non ultimo il prezzo.
 
Ma egli deve, in ogni caso, essere informato riguardo ciò che acquista e noi operatori commerciali dobbiamo essere messi nelle condizioni di non "tradire" - appunto - le sue aspettative.
 
Né siamo contrari, in linea di principio, alle scelte aziendali di delocalizzare le produzioni per restare competitivi.
 
Noi vogliamo che il cliente sappia cosa compra. E dove il prodotto è stato realizzato è una informazione che qualifica cosa si sta comprando e, come più volte sottolineato, anche il suo valore.
 
In proposito, sembrerebbe anche corretto che il consumatore potesse godere dei vantaggi derivanti dalle economie di produzione determinate, ad esempio, dalla delocalizzazione.
 
Cosa che non sempre ci sembra sia avvenuta.
 
Tutti aspetti che dovrebbero trovare una opportuna regolamentazione, perché è ben difficile che si riesca a raggiungere tale scopo solo su base volontaria.
 
Fatta questa doverosa premessa sul fine che dovrebbe essere perseguito da qualsiasi regolamentazione inerente alla materia dell’informazione sull’origine dei prodotti, è anche necessario sviluppare alcuni ragionamenti sulle recenti "evoluzioni" di questa materia.
 
L’entrata in vigore, nel giorno di Ferragosto, di una nuova normativa (art. 17 della legge 99/09), teoricamente finalizzata a tutelare il "Made in Italy", e quindi di per sé - come già premesso - condivisibile in linea di principio, ha subito evidenziato grossi limiti operativi e causato notevoli difficoltà alle imprese che avevano merci ferme in dogana, senza risolvere il tema dell’origine o provenienza delle merci e dei prodotti commercializzati nel nostro paese e sul mercato comunitario e della loro etichettatura, in sostanza il tema del "Made in".
 
In proposito, esprimiamo subito un ringraziamento a Lei, Signor Ministro, per aver opportunamente provveduto ad inserire nell’articolo 16 del decreto legge 135 una norma che ha mitigato gli effetti dell’art. 17, pur riaffermando il principio dell’informazione ai consumatori e della lotta alle forme di concorrenza sleale.
 
Siamo peraltro convinti che si tratti di una norma che certamente necessita di ulteriori perfezionamenti e di un dovuto corollario di provvedimenti a carattere regolamentare, anche alla luce del fatto che le imprese, per poter operare, necessitano di un quadro giuridico chiaro ed il più possibile stabile e ciò non può che essere di stimolo per il miglioramento  della normativa in oggetto.
 
Un auspicio, quello della chiarificazione di alcuni punti ancora rimasti aperti, che riguarda, ovviamente, anche le imprese del commercio. Come, ad esempio che:
  • la semplificazione di alcune procedure doganali non comporti l’inasprimento dei controlli a valle, determinando una situazione nella quale le aziende commerciali diventano, di fatto, le destinatarie privilegiate delle misure di controllo e repressione;
  • nei vari passaggi di filiera venga esplicitata l’origine delle merci, onere che chiaramente ricade, come stabilisce lo stesso art. 16.  "sul titolare o licenziatario dei marchi" a "sua cura";
  • si definiscano le relazioni fra regole di origine relative al settore alimentare e non alimentare e, quindi, l’ambito di applicabilità della norma;
  • il quadro giuridico complessivo derivante da tali norme non ottenga un risultato opposto rispetto a quello della semplificazione amministrativa.
Ciò anche alla luce delle gravi conseguenze previste dalle norme sull’origine sul piano penale ed amministrativo e comunque con il rischio di rilevanti danni economici per le imprese commerciali e non solo.
 
In proposito, si tenga anche in considerazione il fatto che l’entrata delle merci può avvenire in altri Paesi UE senza che esse siano soggette ai controlli previsti dalla disciplina italiana. Una tendenza che peraltro sembrerebbe essere già in atto.
 
Siamo peraltro consapevoli che il quadro di riferimento europeo consente margini di manovra piuttosto limitati in tema di riconoscimento d’origine dei prodotti.
 
E che, quindi, la soluzione al problema va ricercata, in primo luogo, a livello comunitario, dove è pendente da diversi anni una proposta della Commissione europea di Regolamento sul Made In.
 
Non vogliamo stare a rinvangare il passato, ma certo è assolutamente stupefacente che l’opposizione ad una corretta informazione dei consumatori abbia trovato sponda, con argomentazioni che lasciano perplessi, anche presso le istanze europee dei consumatori (vedi la posizione assunta nel 2004 dal Gruppo Consultivo dei Consumatori Europei).
 
Altrettanto dicasi per l’ostacolo insormontabile di molti Stati Membri in sede di Consiglio europeo, con l’ormai famoso Comitato 133, diventato una sorta di incubo di tutti i fautori del Regolamento sul "Made In".
 
Per questo motivo accogliamo con estremo favore il rinnovato sforzo di pervenire ad un Regolamento europeo sull’obbligatorietà dell’indicazione dell’origine delle merci prodotte fuori dall’UE.
 
Come Lei sa, Signor Ministro, il Parlamento europeo si esprimerà tra poco su una nuova proposta di risoluzione a favore dell’introduzione dell’obbligatorietà dell’indicazione del "Made In" per le merci extra europee.
 
L’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, inoltre, concede ulteriori possibilità per superare gli ostacoli che si sono frapposti all’assunzione di decisioni in proposito.
 
Pertanto Le chiediamo di farsi portavoce della nostra richiesta di un forte impegno del Governo italiano presso tutte le istanze europee affinché il Regolamento in questione venga approvato il più rapidamente possibile.
 
Questa è la strada maestra da percorrere !
 
Certo non si deve abbandonare, nelle more dell’approvazione del Regolamento, l’opzione costituita da forme di regolazione - nei limiti consentiti dal quadro giuridico europeo e multilaterale - di tipo nazionale.
 
In proposito, siamo pienamente disponibili a fornire tutto il nostro contributo per la definizione di proposte che possano contemperare le esigenze dei consumatori e delle imprese e migliorare anche l’attuale quadro giuridico.
 
Tante volte, parlando di Made in Italy, si evoca il concetto di "Sistema Paese".
 
Ebbene è questo il momento di dimostrare che veramente siamo un "Sistema Paese" e non solo un coacervo di interessi spesso contrapposti.
 
Noi faremo la nostra parte.

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